Torneranno i prati di Ermanno Olmi [Italia, 2014]

cover1300In occasione del centesimo anniversario dell’inizio del conflitto più sanguinoso del ventesimo secolo, ovvero la prima guerra mondiale, chiamata non a caso “La Grande Guerra”, Ermanno Olmi sforna quello che è probabilmente il miglior film italiano del 2014. Torneranno i prati concentra nei suoi soli 80 minuti di durata tutto ciò che è la guerra. Dalle trincee del fronte orientale, simili a ferite che incidono la carne già oltremodo martoriata del Bel Paese, Olmi ci rappresenta ciò che è morte, dolore, paura e distruzione.

Un gruppo di soldati abbandonati a se stessi, che vivono come topi in una baracca costruita nel sottosuolo, sempre in bilico tra la vita e la morte,  in attesa della fine del conflitto e di una resa nemica che non arriva mai. L’intervallo tra un colpo di mortaio e l’altro significa “vita”. E durante la “vita” i soldati ricordano i propri cari, tra la lettura di una lettera di un familiare, una sorsata di brodo, un boccone di pane e una canzone melodica napoletana cantata dalla sentinella di turno. L’azione del film, tratto dal racconto del 1921 “La Paura” ad opera di Federico De Roberto, si svolge nell’arco di una sola notte. Viene dato ordine di creare un collegamento radio spostandosi dalla trincea ad un punto non distante da essa. Il problema è che il percorso che il soldato scelto dovrebbe compiere, in mezzo a metri di neve, potrebbe trasformarsi in un mortale campo minato per colpa del chiaro di luna che lo illumina a giorno e del contrasto tra il colore candido della neve e il verdone scuro della divisa del militare. Da questa considerazione nascono tutti i pensieri e le preghiere di ogni membro della truppa.

Una fotografia che è molto più del semplice “effetto seppia” da molti sottolineato: i toni dei colori sono quasi annullati in un semi bianco e nero che, oltre ad evocare l’atmosfera cupa dell’ambiente ove si svolge l’azione, rappresenta il tentativo del regista di farci entrare appieno nella storia, per farci quasi assaporare ogni singolo ingrediente del piatto freddo e grondante sangue, lacrime e dolore che è stato il primo conflitto mondiale.

Lunghi silenzi, primi piani angoscianti, dialoghi dei personaggi con la macchina da presa, quasi ad assumere un tono ammonitorio nei confronti dello spettatore come a dire “Meditate, che questo è stato”, un po’ a ricordare la poesia introduttiva di Primo Levi a “Se questo è un uomo”, perchè una volta cessato il conflitto, una volta che i prati saranno tornati, nessuno possa dimenticare o far finta di non sapere.

Il Karda

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