Pelè di Jeff Zimbalist, Michael Zimbalist [Usa, 2016]

Era l’anno dei mondiali quelli del ’66 | la regina d’inghilterra era Pelé. Antonello Venditti

Così cantava Antonello ‘Ray Ban’ Venditti, in una delle tante canzoni nazional popolari da lui portate al succeso e, proseguendo, nel filone musicale, potremmo prendere a prestito una altrettanto famosa canzone degli Stadio, riadattandola con un: “Chiedi chi era Pelè”. E sembra proprio iniziare da qui il senso di quest’opera agiografica su uno dei più grandi calciatori della storia, Edson Arantes do Nascimiento, per farla breve: Pelè. L’opera dei fratelli Zimbalist va alle radici del mito, laddove il tuono è deflagrato, i mondiali di calcio di Svezia ’58 ed in un andirivieni costante con gli anni che quel momento hanno preceduto, fagocita il mito di un ragazzino che seppe diventare leggenda in vita, dall’alto di un talento perlomeno uguale alla povertà nel quale crebbe. Il 2016 potrebbe essere tramandato ai posteri come l’anno dei biopic, questo Pelè si inserisce in quel filone.

La trama
Il giovanissimo Edson Arantes do Nascimiento è il nuovo baby prodigio a cui un Brasile, ancora intento a leccarsi le ferite inferte dalla sconfitta inflittagli dall’Uruguay nel 1950, affida le sue sorti nel mondiale svedese del 1958. Sino a quel momento nessuna squadra d’oltre oceano ha mai vinto un mondiale in terra europea, ma i record sono fatti per essere cancellati. E quel ragazzino di colore ha la grazia nei piedi ed una forza mentale che mai si era vista su un campo da calcio. In un flashback continuo scopriamo come tutto ciò è potuto accadere.

Giudizio
Il film dei Zimbalist è un’operazione non del tutto riuscita, se per certi versi riesce a tratteggiare bene le radici del mito, addentrandosi con la camera all’interno dei miseri vicoli della favelas di origine di quello che diverrà, per tutti, O’Rei, dall’altro lato cade troppe volte nella retorica dell’omaggio. Sarebbe stato bello che il lavoro avesse indagato di più sul (giovane) uomo Pelè, colui che ridiede ai brasiliani il gusto di sentirsi vivi grazia al giuoco (Silvio docet) del calcio. Meno ralenti e più lavoro introspettivo, al netto di un attore al limite del figlio non riconosciuto. Un’occasione persa per tratteggiare il ritratto di una leggenda di questo sport, al netto delle differenze esistenti fra il brasiliano ed i dannati che molto più di lui hanno suscitato interesse del mondo cinematografico, quelli che fanno rima con Best, Cantona e Maradona, la trilogia di Rimbaud.

Marcello Papaleo

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