Life di Anton Corbijn [Canada, Germania, Australia, 2015]

Ad un primo, sommario giudizio, posso iniziare questa recensione con due incontrovertibili punti, che espongo di seguito:

  1. Anton Corbijn è un fotografo, rinomato per giunta;
  2. Il suddetto ama le biografie di personaggi fra il maledetto ed il tendente a morire giovani.

Ora, detto questo, e dopo aver annotato sul nostro libro delle prossime visioni la sua opera prima: Control (2007), nel quale sviscerava sulla vita, opere e disastri di Ian Curtis del Joy Division, passiamo oltre e parliamo della sua ultima opera (anch’essa biografica): Life. In un percorso artistico che pare tornare al principio, dopo essere passato su venature spionistiche (The American con Clooney e La spia).

La trama

Dennis Stock è un fotografo alla ricerca di un proprio posto nel mondo dell’arte, insegue l’odore del successo attraverso passi che lo portano (volontariamente forse) da una vita che ha provato troppo presto ad incatenarlo ad una routine che sente di non desiderare (padre di un figlio già in giovanissima età). Un giorno incontra un giovane attore in rampa di lancio che pare costanemente in bilico fra desiderio voglia di successo ed autodistruzione. Quell’attore si chiama James Byron Dean, ma lui si fa chiamare Jimmy. Dennis percepisce che in quel ragazzo c’è un mistero che vale la pena indagare e svelare, lo insegue ed assieme danno forma e vita ad uno dei reportage fotografici più noti del XX° secolo.

Giudizio

Il mio essere un fanatico di Dean, del suo mito e della sua troppo spesso sottostimata arte, probabilmente non aiuta a pormi ad una distanza tale da poter giudicare un film come questo, ma ci proverò, in virtù del fatto che l’idea alla base di questa pellicola aveva insinuato in me il seme della curiosità. Ed ora, dopo aver visto il risultato, posso dire che in Life Corbijn perde l’occasione per uscire dal mero ‘voler fare un film elengantemente autorale’ e raccontarci di cosa abbia fatto sì che due uomini che sapevano ben poco l’uno dell’altro trovassero il modo e la via per essere utili l’uno all’altro, quasi un mutuo soccorso emozionale. Il film per tanto, troppo tempo, scorre cercando di fissare istantanee della vita (e leggenda) di Dean. Mostrandocele sino a sbattercela in faccia. Come a dire, ecco guardatelo, è lui e Dane DeHaan è solo il mezzo attraverso cui potete rivivere quel tempo e quello spirito dei ’50 negli States. Eppure no, non basta, perchè se questo film voleva essere qualcosa attorno ad A single man, ecco non suona allo stesso modo, nonostante i due protagonisti si diano da fare e per un amante della Hollywood classica come il sottoscritto, è tenero crogiolarsi attorno ad un tempo che avrei voluto vivere. Life è un’occasione mancata, nessun dubbio in proposito, lascia l’amaro in bocca, proprio per non aver saputo rendere (al) meglio l’istante in cui stava per nascere una stella, che, in questo caso, è quasi coincidente con la sua esplosione. Jimmy Dean, come una supernova nel cielo, quante volte ho pensato a lui in questo modo.

Marcello Papaleo

 

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