I figli degli uomini di Alfonso Cuarón [Gran Bretagna/Usa, 2005]

Scopo della procreazione è di mettere al mondo uomini più liberi di noi.
Friedrich Nietzsche

Alfonso Cuarón, alla metà del primo decennio del millennio (subito dopo il suo episodio della saga del maghetto Potter e molto prima del successo con l’oscar in mano di Gravity) ebbe l’idea di realizzare il suo contributo ad uno dei più vasti generi del cinema di ogni tempo: quello fantascientifico e distopico, nel quale la società che conosciamo viene completamente rivoltata, facendo sì che il genere umano rimandi ad una nuova epoca dei dinosauri. Adattarsi al cambiamento? Piegarsi o ribellarsi per non morire.

La trama
Londra, anno 2027. In cielo c’è probabilmente solo poca più umidità del solito, ma ciò che rende inquietante il contesto è la triste condizione nel quale riversa l’umanità intera: il pianeta è alle prese con un’improvvisa infertilità della razza umana. Da diciotto anni infatti non vengono alla luce bambini e, per dirla alla Allen, neppure l’ultimo nato se la passa benissimo, dato che “Baby Diego” – star mondiale – è appena passato a miglior (sic) vita. La disperazione pervade le strade quanto gli animi e la morte dell’ultimo nato sembra trascinare tutti nella disperazione più buia. Tutti tranne Theo Faron (interpretato dal bravo Clive Owen), al quale l’evento pare importare quanto a me importa il Fantacalcio, zero. Eppure gli eventi, ed una donna (e te pareva) del suo recente passato, lo renderanno attore di qualcosa di molto importante.

Giudizio
La pellicola di Cuarón avvince, affascina e rende partecipi di un viaggio emozionale nel quale sono molti i registri fra i quali il cineasta si diverte a condurci. Gioca coi generi e le citazioni, fedele ad un modo di fare che ha sempre reso bene. Non è solo il dramma di non vedere più nascere bambini quello a cui assistiamo, sotto i nostri occhi si compiono delitti umanitari non molto lontani da quelli cui assistiamo ogni giorno. Gli stranieri vengono richiusi in delle gabbie e mandati in centri che ricordano episodi umani impossibili da dimenticare. L’autore messicano comprime in un’ora e mezza e poco più paure che non conoscono tempi e latitudini, sono accanto a noi, dentro di noi, hanno a che fare con le paure più recondide e sordide. L’altro è un nemico, bisogna rinchiuderlo in un recinto affinchè non attenti al nostro equilibrio di carta. Sono questi i rivoli che mi conducono a promuovere e suggerirvi la visione di questo film, non è un un capolavoro I figli degli uomini, ma è un film del suo tempo e per il nostro tempo. Un periodo nel quale tutti paiono aver paura di tutto, quando il moto più rivoluzionario che ci possa essere è quello di abbracciare l’altro e fare un pezzetto di strada assieme.

Marcello Papaleo

 

 

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